mercoledì 17 febbraio 2010

Tranquilli, adesso facciamo il ponte!!!


No, ma han detto che ora faranno il ponte sullo stretto, l'unico problema probabilmente sarà che la gente non riuscirà nemmeno ad arrivarci a prenderlo quell'inutile ponte.. Non mi soffermerò sul fatto che costa meno, ed è decisamente meno inquinante, spostarsi dalla Sicilia verso il continente attraverso i mezzi pubblici, traghetto, bus navetta, etc.. E non mi fermerò nemmeno ad analizzare l'aspetto puramente economico della "grande opera", che non condivido sotto molti aspetti, tra i quali una forte paura, motivata direi, di corruzzione ad altissimi livelli. Parlerò invece della stupidità raggiunta da questo governo, rappresentato benissimo, da quella "figura di merda" di Berlusconi, che continua a presentare questo progetto come manna dal cielo per la Sicilia, la Calabria, e come grande "trofeo" da mostrare al mondo.. Ora mi domando, ma se da entrambe le parti, specialmente nell'ultimo anno, sono saltate fuori tutte le problematiche causate da un abusivismo senza remore, e da una corruzzione esasperata, che hanno fatto si che venissero costruite, case e strade, tra l'altro non solide, poiché costruite con materiali alleggeriti, in posti nei quali anche il mio fedele amico cane drago, non avrebbe mai pensato di scavare nemmeno una buca, per quale motivo, non si investono quei soldi nella ristrutturazione delle due regioni?.. Tutto sta cascando rovinosamente a pezzi, ieri evaquate duemila persone, da un paesino che sta sprofondando, 300 metri di Montagna si sono staccati e sono scivolati a valle come un fiume, una scena che non scorderò mai... Strade che cascano improvvisamente, infrastrutture inesistenti, un mondo lasciato a se stesso. Un mondo che ha bisogno di essere ricostruito, non solo in senso fisico, ma anche in senso psicologico.. Non si posssono, a mio avviso, buttare via i soldi per un ponte fantascientifico la cui costruzione porterà quasi solamente disservizi piuttosto che servizi, quando invece, due intere popolazioni stanno scomparendo, la loro storia, le loro case, i loro luoghi, tutto ciò che era visto come punto fermo, persino le montagne, stanno scomparendo ingoiate dalla voragine di un abusivismo edilizio che come un tumore sta divorando la terra.. No ma ha detto ora fanno il ponte sullo stretto!! ...

Varo Cavalli

Http://varocava.blogspot.com

martedì 16 febbraio 2010

I Racconti di Aldo : Il Percorso Alzheimer 3 di 3


Finalmente la terza ed ultima parte come promesso..




La sua mente non si fermava. Come poteva aiutare suo padre? Cosa potava salvare di lui?

La memoria dei tempi passati guardandolo camminare nel percorso alzheimer una volta ogni tanto, mentre la sua persona fisica si trasfigurava per la malattia?
No questo era per lei insopportabile. Ma per lui che cosa era insopportabile se non capiva, se non era più in grado di avere relazioni con gli altri?
Presto o tardi sarebbe morto. E dopo cosa sarebbe rimasto di lui se non il ricordo in tutti quelli che gli sarebbero sopravissuti?
Il ricordo di che cosa, di come era o di come non era più? Dell’essere umano con le sue funzioni, le sue passioni, le sue parole, le sue scelte, i suoi errori, o di un ammasso macilento di carne che si trascinava senza perché su di una pista coperta di un istituto per quasi morti?
La sua anima, il suo essere dove erano finiti nell’attesa della morte biologica?. Stavano in attesa di un riscontro ultraterreno?
Lui come avrebbe reagito se avesse visto una persona nelle sue condizioni di non vita, di non amore. Una persona priva non di un braccio a di una gamba, ma del proprio cervello?
Non più persona tra le altre. Cittadino tra i cittadini. Essere tra gli esseri.
La giovane donna stava per cedere di fronte a queste considerazioni che mai gli avevano sfiorato la mente.
Tutto andava bene perché anche nei momenti peggiori della vita era presente a se stessa. Poteva piangere, ridere, amare, maledire, sognare.
Si sentiva nel mondo non con le gambe, le braccia i capelli, ma con la mente. Aveva reazioni di stupore , di comprensione, di amore, di odio. Si sentiva viva, aveva una personalità da mostrare, da difendere. Aveva la dignità di una persona.
Il concetto di dignità, quella situazione che ti pone all’inevitabile giudizio degli altri, fu il punto finale del suo pensare.
Suo padre aveva solo la dignità di uomo da conservare. In quella situazione non gli restava altro. Lei doveva preservagliela!
Si avrebbe aiutato suo padre a conservare la sua dignità di uomo.
Avrebbe praticato su di lui l’eutanasia!
Il pensiero la fece rabbrividire.
Si fece coraggio, lei poteva farlo, era viva, in grado di prendere una decisione anche se fuori dall’ordinario.
Questo possono fare gli esseri umani.
La mattina era tiepida. La primavera stava dando nuova vita alla natura.
La giovane donna arrivò vicino all’istituto e parcheggiò la macchina sotto un albero che stava mettendo le prime foglie.
Con passo sicuro e controllando le emozioni entrò nel giardino dove c’era il percorso alzheimer.
Vide subito quel che restava di suo padre. Un uomo che a fatica camminava reggendosi al corrimano di legno. Lo sguardo vuoto, le spalle curve, le gambe malferme.
Una lacrima le rigò una guancia. L’asciugò in fretta. Non voleva essere vista in quelle condizioni. Restò un attimo ferma a qualche metro dall’ingresso del percorso.
Il professore camminava e nella testa gli rimbalzava la solita cantilena che terminava con la parola morte. Poi un flash. Una corsa in macchina lungo un bel viale alberato che costeggiava il fiume, un cane che gli correva incontro, il sorriso di sua moglie, quindi il buio più totale e la solita cantilena. Ancora flash, ancora la cantilena ed una gamba trascinata davanti all’altra.
La giovane donna si avvicinò a suo padre. Sapeva perfettamente che sarebbe stata l’ultima volta.
Gli si mise di fianco e lo accompagnò, prendendolo per un braccio, a sedersi su di una panchina del percorso.
Lui non ebbe la minima apparente reazione. Gli prese una mano e se la portò alla bocca per darle un lungo bacio.
Suo padre aveva delle bellissime mani. Quelle gli erano state risparmiate dalla feroce malattia.
Ebbe un attimo di esitazione. Se lui viveva, o meglio se la sua vita biologica fosse ancora durata, le avrebbe ancora viste, accarezzate, baciate. Ma suo padre dove sarebbe stato?
No aveva deciso! Aprì la borsa che portava a tracolla e ne estrasse una bottiglia di acqua minerale. Dentro ci aveva messo un potente veleno che si era procurato nel laboratorio dove lavorava da qualche tempo. La morte sarebbe stata veloce ed indolore.
Avvicinò la bottiglia alla bocca del padre, che non era più in grado di bere da solo.
L’uomo girò gli occhi verso la figlia ed iniziò a bere a piccoli sorsi. In quello che restava della sua mente il ritornello si ripeteva, ma sempre più lentamente, più lentamente. Amare, comprendere, aiutare,dignità ma,l’ultima volta, il ritornello non finì con la parola morte, bensì con libertà.
L’uomo reclinò il capo e la figlia con dolcezza infinita gli chiuse gli occhi accarezzandogli il viso.


Aldo Cavalli
Marina di Pisa febbraio 2010

lunedì 15 febbraio 2010

I Racconti di Aldo : Il Percorso Alzheimer 2 di 3

Come promesso, ecco la seconda parte del racconto, domani finalmente sapremo la fine.... Non vedo l'ora!!


Questa è la cosa più difficile da sopportare e capire da parte di chi ama il soggetto. Serve poco dare affetto, comprensione, stare vicini. Di fatto il malato si allontana dalla realtà, non ha più relazioni con le persone che gli stanno vicino. Nel migliore dei casi vuole muoversi continuamente: camminare, camminare sempre.”

Il professore era sdraiato sul divano e guardava fisso nel vuoto. Le sue orecchie sentivano le parole della conversazione, ma di queste ne capiva poche, o meglio poche avevano un effetto sul suo sistema di relazione con l’esterno.
Una parola però mise in moto qualche collegamento mentale. Amare!
Improvvisamente, l’uomo sdraiato sul divano, ebbe la sensazione di poter connettere, o meglio comporre un pensiero. Abbinò la parola amare a comprendere, ad aiutare, a dignità . Infine, senza comunque sviluppare alcun ragionamento, arrivò alla parola morte!
Tutto finì li. Poi improvvisamente la sua mente fu attraversata da alcuni flash.
Una partita a tennis, un bagno in mare, un bacio ad una donna senza un volto definito, un laboratorio, una banca, un supermercato.
“Vede cara signora” continuò il primario, “l’unica cosa che possiamo fare è somministrare a suo padre dei calmanti ed alcune medicine specifiche che non curano la malattia, ma impediscono solo che lui si faccia del male.
Le posso comunque assicurare che suo padre non soffre, non si rende conto di quanto gli sta capitando. Lo terremo ricoverato in questo istituto che è attrezzato allo scopo e voi potrete venire a trovarlo quando vorrete”
La giovane donna non riuscì più a trattenere le lacrime e scoppiò in un pianto dirotto ed incontrollabile.
Quei singhiozzi furono per suo padre, sempre sdraiato sul divano, come un segnale.
L’uomo si alzò di scatto e si voltò verso la figlia con gli occhio privi di espressione diretti verso quelli di lei. Il pianto, i singhiozzi lo portarono indietro nel tempo e la vide piccola piccola quando cercava comprensione tra le sue braccia, le braccia di un padre che sanno proteggere e consolare le difficoltà che angustiano la vita dei bambini.
Si alzò con decisione dal divano, con due passi veloci fu di fronte alla figlia.
Questa ebbe quasi paura per la mossa così repentina di suo padre. In quel momento gli sembrò tornato per miracolo alla normalità. Si alzò a sua volta ed in un attimo gli getto le braccia al collo stringendolo a se con tutto l’affetto di cui era capace.
La cosa, almeno per lui, finì li. L’uomo la respinse con una certa decisione e rimase in piedi guardandosi in giro senza capire che cosa stesse capitando.
Il primario suonò un campanello ed immediatamente entrarono nello studio due robusti infermieri. Ad un suo cenno impercettibile si avvicinarono all’uomo e con decisione, dopo averlo seduto su una sedia a rotelle, lo condussero fuori dalla stanza.
Il professore camminava, reggendosi ad un corrimano di legno, in un giardino dell’istituto in cui era ricoverato.
Il percorso alzheimer.
Tutti camminavano, uno dietro l’altro, senza dire una parola per ore e con qualsiasi tempo. Il percorso consisteva in una sorta di pista ovale lunga una trentina di metri e coperta da una tettoia di plastica trasparente. La pista era circondata da fiori ed ogni tanto c’erano delle panche dove ci si poteva sedere. Erano sempre vuote.
Tutti camminavano ininterrottamente.
Anche il professore camminava e nella mente gli rimbalzava sempre lo stesso ritornello: amare, comprendere, dignità, morte! Al di là delle azioni naturali più o meno controllate, questo era il solo pensiero che gli girava nella mente.
Camminava, mangiava, dormiva e sempre nella sua mente rimbalzavano come palline da tennis queste quattro parole. Questi quattro concetti. Ma la sua anima immortale dove era finita?
La mattinata era piovosa e grigia come spesso capita nei paesi continentali. La figlia del professore portava a scuola le sue bambine che riempivano la macchina di risate e capricci improvvisi. Lei guidava e quasi non le sentiva. Da quando suo padre era migrato nel nulla della vita non era più serena. Certo i genitori ti lasciano per sempre, è il gioco della natura, ma finire in quel modo! Non se ne dava pace. La vita biologica di suo padre continuava a dispetto del totale sfacelo mentale. Che senso aveva!
I suoi pensieri furono bruscamente interrotti dal suono di un clacson. Aveva passato un semaforo con il rosso. Per poco non aveva messo in serio pericolo la vita delle sue figlie e la sua.
Allontanò dalla sua mente i pensieri che l’angustiavano e guidò fino alla scuola delle figlie. Queste baciarono la loro mamma e scesero correndo verso i loro amici che le aspettavano per entrare in classe.
Quel bacio, quella mattina fece alla figlia del professore un effetto particolare. Un bacio,dato anche in fretta, in quel particolare momento la colpì in modo veramente singolare. Un segno di affetto, un segnale di relazione fra persone, il riconoscimento di una situazione basata sul rispetto reciproco tra madre e figli.
Lo scambio tra persone individuabili, riconoscibili. Persone grandi o piccole ma con una cosa in comune: la dignità. Si quella di essere un bambino e quella di essere una donna..
La giovane donna che aveva un cervello sveglio che lavorava anche troppo bene, in tempo reale fece un collegamento con la parola amare che il primario aveva pronunciato in occasione della visita a suo padre.
Improvvisamente abbinò la parola amare ed altre quali comprendere , aiutare dignità ed infine morire.
Si ricordò che proprio alla parola amare, suo padre aveva avuto una reazione. Si era alzato dal divano. Forse era stato un caso o forse no.
Un pensiero si fece strada nella mente. Accoppiò la parola amare con la parola aiutare. Certo aiutare chi si ama. Aiutarlo in tutte le occasioni nel bene e nel male. L’amore non ha ne se ne ma!
Poi sempre più avanti.

domenica 14 febbraio 2010

I Racconti di Aldo : Il Percorso Alzheimer 1 di 3

Da oggi si aggiunge una nuova, chiamiamola, rubrica al Blog, uno spazio in cui pubblicherò i racconti scritti da mio padre nel corso del tempo..Sono racconti, che descrivono la realtà di oggi e di ieri, attraverso l'utilizzo di ambientazioni più o meno reali, abbinate a ricordi o situazioni più o meno vere... Non sono lunghissimi, ma neanche abbastanza brevi per essere pubblicati in una volta sola, quindi mano a mano che andremo avanti deciderò in quante puntate presentarvi il racconto..
Quuello che vado   a presentare ,verrà diviso in tre puntate, pubblicate in tre giorni.. Buona lettura..





Il percorso alzheimer  1di 3




Breve racconto di fantasia scritto da Aldo Cavalli dopo una visita presso un Istituto di Ricovero per Anziani situato nei pressi di Pisa.
Mi permetto di darlo in lettura a chi ne avrà il desiderio.
Può essere l’occasione per un dibattito su un tema di grande attualità, oggetto del racconto.

Marina di Pisa febbraio 2010
aldocavalli@hotmail.com

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Alzò lentamente lo sguardo dal piatto che aveva davanti. Non vide sua moglie ed i suoi figli seduti intorno alla tavola.
C’erano solo facce di persone sconosciute senza alcuna espressione che portavano meccanicamente il cucchiaio pieno di brodo alla bocca.
Come era possibile! Si era seduto pochi istanti prima a tavola per cenare , come sempre, nella sua casa in riva al mare. No! Era impossibile!
Si alzò di scatto dalla sedia per sfuggire da quella situazione incredibile. Si, ma dove andare? Era per lui un ambiente totalmente nuovo.
Una grande sala con le parete di un colore verde pallido e grandi porte che davano su un giardino illuminato a giorno. Intorno ai tavoli, disposti in file ordinate, stavano seduti uomini e donne, o meglio quelli che erano stati uomini e donne che mangiavano e non parlavano.
Sguardi vuoti persi nel nulla. Facce macilente e corpi sformati che a mala pena riuscivano a stare seduti legati con delle cinghie su sedie a rotelle.
Dove andare? Cosa Fare?
Improvvisamente vide tutta un’altra cosa. Una spiaggia, certo quella davanti a casa sua. Poi una strada percorsa da macchine e motociclette. Poi nuovamente la stanza con tutti quei disgraziati.
Le gambe gli cedettero, cerco con tutte le sue forze di trovare un appoggio per non cadere in terra. Lui così forte e risoluto non poteva cadere per terra li davanti a tutti. In qualche modo riuscì a restare in piedi. Una mano robusta lo prese sotto una ascella e lo fece sedere sulla sedia che gli stava dietro.
“ Professore non si agiti, stia tranquillo” era la voce di una persona vestita di bianco che con delicatezza e determinazione gli stava dando un ordine più che un consiglio.
Ma chi era il professore? Era lui per caso. Perché lo chiamavano professore? Lui chi era? In verità non si poneva le domande. Queste nascevano nella sua mente senza alcuna logica o meglio senza alcuna finalità.
All’improvviso tutto si oscurò e le voci ed i rumori arrivarono sempre più da lontano fino a scomparire.
Iniziò a rigirarsi nel letto in preda ad una agitazione crescente. Sentiva solo una cosa, la necessità di muoversi. Aprì gli occhi e non vide alcuna luce. Solo uno spiraglio che entrava dalla tapparella della finestra che non era del tutto chiusa e che faceva luccicare una serie di paletti di acciaio, collegati con una sbarra orizzontale, che stavano lungo il suo fianco destro. Era sudato dalla testa ai piedi. Respirava a fatica.
Allungò una mano verso i paletti luccicanti per spostarli. Doveva farsi posto per scendere dal letto.
Niente da fare, non si muovevano di un millimetro. Con uno scatto si sedette sul letto ed iniziò a picchiare con i pugni sui paletti di acciaio. Picchiava con forza ma in modo scoordinato. Le mani iniziarono a sanguinare, gli facevano male, ma lui continuava con la forza della disperazione.
Si accese la luce. Dalla porta entrarono un paio di persone vestite di bianco che senza dire una parola lo afferrarono per le spalle e le gambe rimettendolo sdraiato nel letto. In pochi secondi lo legarono con delle robuste cinghie. Non poteva più muoversi. Rimase impietrito, come morto, con gli occhi sbarrati e la bava alla bocca.
“Professore non si agiti, non ci costringa a tenerlo legato” disse uno dei due. “Forse sarà meglio somministrargli un calmante” intervenne l’altra. “Per fare questo dobbiamo interpellare il medico” .
Medico? Cosa significava medico? Quella parola stranamente lo incuriosì e ritrovò un po’ di tranquillità.
Mentre stava rilassando tutti i suoi muscoli e socchiudeva gli occhi per non vedere la luce che illuminava la piccola stanza, entrò una terza persona , il medico chiamato da uno degli infermieri.
Subito si rese conto della situazione ed ordinò una iniezione di calmante.
L’uomo sentiva il liquido entrare nella vena ed una sensazione di caldo gli pervase tutto il corpo.
Si lasciò andare. Non poteva, non voleva o non era in grado di decidere cosa fare.
Non era più niente!
Lo studio del primario: accogliente ed arredato con eleganza. Una grande porta a vetri dava su un ampio terrazzo pieno di piante e fiori. Di fronte c’era una libreria di legno di noce che occupava tutta la parete. Su di un lato una scrivania, e di fianco ad essa un comodo divano con davanti un basso tavolino di cristallo. Alle pareti quadri di autore ed il pavimento era ricoperto da un prezioso tappeto persiano. Tutto era immerso in una luce tenue e rassicurante dovuta alle eleganti tende che, davanti alla vetrata, scendevano dal soffitto fino a terra.
Il primario parlava con una giovane signora in palese stato di apprensione per la situazione che stava vivendo.” Vede, cara signora, suo padre è affetto da una conclamata forma di alzheimer. E’ inutile che stia a minimizzare la situazione che è veramente grave. Purtroppo c’è poco da fare. Lei sa bene che la malattia è irreversibile. Mi dispiace”
La giovane donna, che tratteneva a stento le lacrime, si soffiò il naso, in preda ad un attacco di allergia
“ E’ terribile, fino a qualche giorno fa stava bene. Mio padre è sempre stato bene.” Le ultime parole le pronunciò quasi con rabbia. Ma come era possibile che una persona degradasse in così poco tempo. Non se ne dava pace.
“Cara signora” continuò il primario” è una malattia che non perdona. Un soggetto sta bene, poi improvvisamente qualche cosa si rompe nel cervello, si formano come dei buchi. Si perde la memoria, viene a mancare la capacità di orientarsi nello spazio e nel tempo. Non c’è niente da fare.

sabato 13 febbraio 2010

Bertolaso Berlusconi, un sistema rodato..



Da quante cose brutte vengono dette ogni giorno sui giornali, sulle tv, scandali, mazzette, prostituzione, malavita, non so più su cosa poter scrivere, purtroppo ho l'imbarazzo della scelta.. Vorrei parlare di due argomenti, il primo riguarda Berlusconi e l'Iran, del fatto che, come sempre il nanetto, non misura mai le parole, mai, ed anche stavolta è uscito dalla linea di contenimento. Ha voluto per forza dire che l'operazione Piombo fuso è stata giusta,( per chi non lo sapesse, furono usate armi chimiche contro i palestinesi, che ancora ne risentono dopo più di un anno), e voler perforza offendere l'Iran, con toni decisamente sbagliati per una situazione come quella nella quale ci troviamo. Berlusconi non può sempre pensare di parlare alla sua platea di zombie ammaestrati, infatti il giorno dopo in Iran c'è stata una contestazione, da parte di un gruppo paramilitare con lanci di oggetti, davanti alla nostra ambasciata, con telecamere che stranamente riprendevano in diretta, come se aspettassero una nostra reazione.. Subito è arrivata la smentita sul fatto che fossero Basiji, e sono stati definiti studenti universitari ( questo per legittimare la contestazione)..
Vorrei però parlare anche di Bertolaso, e del fatto di come al solito il sistema Berlusconi sia entrato a 360gradi in tutto il nostro sistema  vita.. Si parla già di mazzette, escort, favoreggiamenti, il marcio della nostra anima ai massimi livelli!! Ciò che mi ha schifato maggiormente è stato il non pudore nel difendere Bertolaso cercando di delegittimare la magistratura, urlando alla vergogna, per il solo fatto che un uomo che ha fatto così tanto, e che ha tantissimo consenso popolare, non può essere giudicato..
MA CHE CAZZO DICI SCUSA?!?! questa da dove esce? Beh, lo so io da dove esce, direttamente dal sistema di vita Berlusconi, quante volte abbiamo sentito dire che chi è stato legittimato dalla maggioranza degli italiani non può essere processato? Sono veramente stanco di tutto questo schifo..
Speriamo succeda presto qualcosa che ci aiuti..
Sono molto preoccupato per il nostro futuro prossimo..
Varo Cavalli


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